Artista visiva e performer, Gaia De Megni (Santa Margherita Ligure, 1993) costruisce la sua ricerca intorno a cinema, teatro, memoria e simbologia. Attraverso installazioni, performance e oggetti scenici, la sua pratica interroga i linguaggi dominanti della rappresentazione, esplorando il confine tra biografia e finzione, tra immagine e parola.
Le abbiamo chiesto di raccontare i nuclei centrali del suo lavoro.

In che modo cinema e teatro entrano nella tua pratica artistica?
Li considero dispositivi narrativi attraverso cui esplorare e smontare le costruzioni identitarie occidentali. Utilizzo archivi cinematografici, macchine teatrali, oggetti scenici e parole-immagini come strumenti per generare frammentazione. L’obiettivo è creare uno spazio interpretativo aperto, una zona grigia dove chi guarda non riceve un messaggio precostituito, ma è invitato a costruire il proprio senso.
Nel progetto “Leitmotiv” hai scelto di partire dalla tua biografia. Che tipo di narrazione hai costruito?
Una non-narrazione lineare, volutamente sfuggente. Mi interessa mettere in discussione il formato biografico tradizionale, fatto di inizio, svolgimento e fine. Parto dalla difficoltà di raccontare la Liguria, la mia terra d’origine, spesso appiattita da immagini turistiche e stereotipi balneari. Ho preferito concentrarmi sull’inverno, sulla piazza vuota dopo il Luna Park, sui gabbiani e gli aironi come presenze vere e immaginarie, abitanti silenziosi di un paesaggio dimenticato.



Ricorre spesso nei tuoi lavori la figura del militare. Perché questo interesse?
La divisa militare è un potente concentrato di significati: autorità, ruolo, gerarchia. È una forma simbolica che mi interessa decostruire. Nei miei lavori – come nella performance Afelio, dove impugno un fucile in vetro – cerco di neutralizzare visivamente la forza del simbolo. La trasparenza rende il gesto presente ma svuota l’oggetto di potere. È un modo per riflettere sull’assurdità delle rappresentazioni retoriche, anche nei gesti più codificati.

Molte tue opere si fondano su elementi trasparenti, oggetti-vuoto, materiali leggeri. C’è una dimensione politica in questa scelta?
Non credo che l’arte possa essere neutra. Viviamo un momento storico in cui l’espressione artistica è sempre più sorvegliata. Alcuni miei lavori sono stati censurati solo per la presenza di figure militari. Questo non fa che confermare quanto l’arte sia, in fondo, un campo di battaglia simbolico. Ogni gesto, ogni oggetto che porto in scena è un modo per scardinare narrazioni consolidate, creare cortocircuiti visivi, mettere in discussione ciò che siamo abituati a vedere come normale.

La tua ricerca tocca anche i temi della memoria e dell’immedesimazione. Che ruolo hanno nella tua pratica?
Il sistema culturale occidentale si fonda sulla memoria egemonica e sull’immedesimazione forzata. Io cerco di interrompere questi meccanismi, di creare spazi di sospensione. Non penso che la decostruzione sia sufficiente, ma credo sia necessaria per cominciare a capire dove siamo. I miei lavori non offrono soluzioni, ma domande – e forse, oggi, è già molto.
